Circolo culturale I
Comunisti
10 Giugno 2021
DETENUTO IN ATTESA DI REATO
- di Vito Maiorano.
Sintomatico di come fosse la pratica della legislatura dell'emergenza, durante gli anni di piombo in Italia, è il caso di Giuliano Naria.
Il protagonista di questo racconto di straordinaria malagiustizia è un 29enne genovese ex membro della locale segreteria di Lotta Continua, di professione operaio all'Ansaldo, licenziato per assenteismo.
È attenzionato dai Carabinieri già dal '74, perché l'identikit di uno dei brigatisti che hanno sequestrato il giudice Sossi vagamente gli rassomiglia.
Il 10 giugno 1976, appena due giorni dopo l'azione delle Brigate Rosse che aveva provocato l'uccisione del Procuratore Generale della Repubblica Francesco Coco e dei suoi due uomini di scorta, il Corriere Mercantile di Genova esce con un titolo a nove colonne in prima pagina: "Ecco il volto della belva che ha compiuto il massacro". E la foto di Naria.
È l'inizio della costruzione del personaggio, il duro, il killer, la bestia.
Il giorno prima era stato emesso a suo carico un mandato di cattura per il sequestro lampo del 23 ottobre 1975 ad opera delle BR del capo del personale Ansaldo dr. Vincenzo Casabona, responsabile del suo licenziamento.
Giuliano Naria viene arrestato in Val d'Aosta il 27 luglio 1976 a Gaby, dove si è trasferito con la convivente Rosella Simone. Duecentocinquanta tra poliziotti e carabinieri sono impiegati per l'azione.
Benché prosciolto in istruttoria per quel sequestro, Naria resterà nei più duri penitenziari speciali dell'epoca per i successivi 9 anni: carcere preventivo, come si diceva allora.
Un nuovo mandato di cattura lo ha infatti raggiunto il 6 ottobre 1976, mentre ha già scontato 80 giorni in regime di isolamento totale tra Milano e Genova: è accusato dell'omicidio di Coco e di uno dei due agenti di scorta, l'appuntato Antioco Deiana. Lo accusano due testimoni.
Il primo è Grbelja Zoran detto "Tony lo slavo", dedito allo sfruttamento della prostituzione all'Angiporto e privo di documenti personali: riferisce che al momento dell’attentato si sarebbe trovato in un bar, dal quale però la visuale della strada, come successivamente dichiarato dal proprietario e da altri avventori, è completamente esclusa.
Ciò nondi meno, il suo riconoscimento della foto di Naria come dell'uomo che avrebbe freddato l’agente Deiana viene preso per buono.
L'altro teste è un certo Leonardi, noto contrabbandiere già ricercato per furto, che sostiene di essere passato vicino al luogo dell'agguato in autobus: anche lui riconosce la foto di Naria, non però come di quello che avrebbe sparato a Deiana, bensì di colui il quale "gli copriva le spalle".
Una terza testimone oculare è l'adolescente Teresa Maggio: dato che non riconosce Naria, viene portata a Torino e sottoposta a sfibranti interrogatori, al termine dei quali si dichiara testimone inattendibile perché svenuta durante l'attentato.
Nel settembre del '76, intanto, Giuliano Naria aveva scritto al Soccorso Rosso:
"da più di un mese vengo sequestrato nel più assoluto isolamento e sottoposto a grande sorveglianza. Non entro nei particolari di ciò che questo significa perché penso lo sappiate bene anche voi. Non solo: sono stato ripetutamente minacciato di morte specialmente durante un trasferimento per il famoso confronto con i testimoni.
La pattuglia dei carabinieri che mi ha gentilmente accompagnato era comandata da un maresciallo che dopo aver dichiarato di essere intimo amico della guardia del corpo di Coco, tra un plauso e l'altro a Mussolini e al fascismo, ha cominciato a pronunciare frasi di questo genere: -Sarebbe meglio ucciderli tutti- -se questo tenta la fuga, il problema sarebbe risolto- e altre amenità del genere. Questi sono i nostri democratici tutori dell'ordine! Vi ho parlato di questo perché in perfetto stato di salute dichiaro di non aver nessuna intenzione di suicidarmi. Anzi, anche dietro le mura del carcere, proseguirò la lotta insieme a tutti gli altri compagni. Saluti comunisti.".
Naria si trova a Marassi, adesso, ed il 5 di ottobre viene tolto dall'isolamento: quasi immediatamente, però, a seguito dell'ennesima provocazione delle guardie carcerarie cui ad un certo punto partecipa anche il tristemente famoso giudice Sossi, viene raggiunto da un terzo mandato di cattura per i reati di minacce e insulti a magistrato.
Seguono nuovi titoloni sulla stampa: "Giuliano Naria, in carcere per aver ucciso Coco, aggredisce un altro giudice".
Il 20 dicembre viene trasferito alle Nuove di Torino, dove è rinchiuso completamente solo in un'ala abbandonata. L'indomani gli altri detenuti lo vengono a sapere, ed inscenando una protesta perché sia pretendono trasferito in una cella comune.
Giornalmente la sua cella è perquisita e messa a soqquadro, il suo compagno di detenzione viene picchiato, e chiunque parli con lui è pesantemente minacciato.
Naria riesce ugualmente a formare un gruppo di studio (sul marxismo) con altri detenuti, ma dura poco: nel febbraio del '77 viene tradotto a Saluzzo (CN) senza preavviso, trascinato via dal letto seminudo alle 5 del mattino.
Alla sua scorta non vengono consegnati né gli effetti e i soldi personali, né la cartella medica.
Ai genitori giunti a Torino per il colloquio, ed al notaio che doveva sbrigare le pratiche per il matrimonio a distanza con la compagna Rosella Simone (che non lo ha abbandonato) viene detto semplicemente che è stato trasferito.
A Saluzzo viene rinchiuso in cella di segregazione, senza finestre né piani di appoggio, illuminata 24 ore su 24 dall'abbagliante luce al neon.
Per tenerlo isolato dagli altri detenuti, gli è impedito persino di andare alle docce.
Il 6 marzo '77 scoppia una rivolta dei detenuti contro le bestiali condizioni di detenzione, ed una delle prime richieste è quella di liberare i detenuti dalle celle di segregazione. L'unico ad esservi costretto è proprio Naria: gli altri prigionieri hanno scoperto che Giuliano è a Saluzzo, e stanno cercando di salvargli la vita.
La protesta è relativamente pacifica, e i manifestanti chiedono di parlare con il Presidente della Regione, perché non si fidano assolutamente del direttore del carcere, Ortoleva.
All'alba del 7 marzo, però, arrivano i carabinieri di Dalla Chiesa, che irrompono nel carcere e danno inizio a una vera e propria mattanza: un detenuto perde un occhio, e le ossa fratturate non si contano: sangue dappertutto.
La stampa nemmen ne parla. Nessun dottore visita i feriti, che vengono chiusi tutti insieme in un'unica sezione, senza ricambio d'aria, per tre interminabili giorni. E Naria rimane in cella di segregazione.
Nei giorni successivi riceve finalmente i propri effetti personali da Torino: qualcuno gli ha rubato la radio e la scacchiera.
I genitori riescono ad ottenere il permesso di visita, e sono scortati in carcere da molte guardie, percorrerendo un corridoio di secondini schierati: il colloquio avviene alla presenza di altre guardie.
Il 15 marzo '77 un altro notaio si reca in carcere per le pratiche del matrimonio ma, ancora una volta, Naria è stato trasferito il giorno prima e parcheggiato a Genova in attesa di essere tradotto a Porto Azzurro.
Il giorno di Pasqua arrivano nuovamente genitori e notaio, e nuovamente a vuoto: Naria è appena stato tradotto all'Elba, dove giunge il 10 di aprile.
Il 20 aprile il notaio riesce finalmente a visitarlo e a fargli contrarre il matrimonio a distanza con Rosella.
Durante l'estate viene approntato il circuito delle carceri speciali, e Naria è trasferito a Fossombrone: di passaggio, nuovamente, perché il 9 ottobre spedito all'Asinara su di un elicottero, con mani e piedi incatenati al pavimento.
Raggiungere l'Asinara, per un qualunque visitatore, è impresa praticamente impossibile: vuoi per il costo in sé, vuoi perché le condizioni del mare sono spesso il pretesto migliore per vietare la stessa navigazione: per due volte la moglie Rosella riesce ad attraccare dopo tre giorni di nave, senza che il direttore del carcere dr. Cardullo la lasci scendere a terra per vedere suo marito.
Nel febbraio del '78 sono finalmente depositati i primi atti istruttori, e Naria è rinviato a giudizio con ordinanza del 19 luglio '78: giusto dieci giorni prima della decorrenza dei termini di carcerazione preventiva.
Il 2 ottobre '79 scoppia la rivolta contro i citofoni e i colloqui col vetro antiproiettile, contro le crescenti restrizioni della socialità interna e contro l'annientamento psicologico.
Naria è tra i dimostranti, e riceve per questo l'ennesimo mandato di cattura con capi d'accusa pesantissimi: danneggiamento aggravato, detenzione illecita di esplosivo e punteruoli, tentato omicidio di cinque guardie.
Il processo per l'attentato a Coco si aprirà a Torino solo il 18 marzo 1980, quasi quattro anni dopo l'arresto, e i due super-testi non si presentano: Tony lo slavo è in carcere a Marsiglia, mentre Leonardi è irreperibile.
La Procura fa però spuntare Patrizio Peci, il primo "pentito" delle Br, giusto nell'aprile dell'80: presso la caserma di Cambiano, Peci riferisce di aver saputo dal suo ex-compagno di colonna torinese Raffaele Fiore che il commando che aveva ucciso Coco sarebbe stato composto da militanti a lui noti e "forse" da altri tra cui "anche" il Naria.
Fiore scrive una immediata lettera di smentita e chiede inutilmente un confronto con Peci: il processo viene rinviato, e Naria rimane in carcere.
Per aver fatto da telefonista durante la rivolta al supercarcere di Trani del dicembre '80, viene condannato in primo grado a 17 anni nell'ottobre dell'84.
Dopo oltre 8 anni di carcere speciale senza che sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna purchessia, Naria inizia lo sciopero della fame fino all'anoressia, finchè ottiene gli arresti domiciliari per motivi di salute nell'agosto '85: è ormai ridotto quasi ad uno scheletro, e pesa meno di 30 kg.
Sono passati esattamente 9 anni e 16 giorni dal suo arresto.
È il risultato della forte presa di posizione in suo favore da parte di Sandro Pertini, Stefano Rodotà ed Enzo Tortora, e duecento Parlamentari di tutte le aree politiche. Il ministro di Grazia e Giustizia del momento, Mino Martinazzoli, dichiara che la detenzione di Naria "di fatto va oltre il confine della ragionevolezza. Un epilogo tragico di questa vicenda sarebbe, da qualsiasi punto di vista, uno scacco per la giustizia italiana.".
Il Primo Presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Tamburrino gli risponderà stizzito: "Non tolleriamo insulti.".
Nel novembre 1985 viene assolto in appello per la rivolta di Trani, e nel gennaio 1986 ottiene la libertà provvisoria per scadenza dei termini massimi di custodia cautelare.
Sempre nell'86 viene assolto con formula piena anche dall'accusa di aver ucciso il Giudice Coco.
Nel febbraio '91 una nuova assoluzione, quella dall'accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.
A fronte di un'unica condanna a 5 anni per partecipazione a banda armata, risulta avere scontato quasi il doppio di carcerazione.
Nel 1995 gli viene diagnosticato un tumore alla bocca, che gli toglie la voce e gli devasta le espressioni facciali: muore il 27 giugno 1997 all'Istituto dei Tumori di Milano, assistito fino all'ultimo dalla nuova moglie, che aveva sposato solo qualche mese prima.
Imputato in attesa di giudizio (ma sarebbe meglio dire in attesa di reato) per dieci lunghissimi anni, ne aveva soltanto 50.
Sul Manifesto del 1° luglio 1997 Ovidio Bompressi così ne commenta la morte:
"Naria ha pagato come pochi altri il prezzo delle leggi speciali antiterrorismo, e per giunta da perfetto innocente: la sua morte, se non è bastata la sua lunga agonia, dovrebbe fare tremare molte buone coscienze.".
Giuliano Naria fu il primo cittadino cui venne applicata la legge n° 15 del 6 febbraio 1980 (cosiddetta Legge Cossiga), di conversione (con modifiche) del decreto legge 15 dicembre 1979 n° 625 intitolato "Misure urgenti per la tutela dell'ordine democratico e della sicurezza pubblica", che, tra le altre disposizioni, allungava i termini della carcerazione preventiva con valore retroattivo: il frutto avvelenato più aspro della stagione legislativa dell'emergenza.

( da https://www.facebook.com/Circolo-culturale-I-comunisti-110980286976230 )